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Il PD in piazza contro il legittimo impedimento con il “popolo viola”

26 febbraio 2010

Era ora, Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria del Partito Democratico annuncia l’adesione del PD alla manifestazione organizzata dal popolo viola. Il Partito Democratico sta facendo da settimane una battaglia decisa contro il legittimo impedimento e a salvaguardia degli organi di garanzia costituzionale. E’ una scelta di opposizione forte contro una legge fatta a misura per una persona e, al tempo stesso, è una richiesta forte rivolta al governo affinché si occupi, finalmente e seriamente, dei veri problemi degli italiani.

La manifestazione di sabato a Roma, indetta dal “popolo viola”, ha come obiettivo l’opposizione alla legge sul legittimo impedimento. Per questo motivo alla manifestazione di sabato parteciperanno militanti e dirigenti del PD, a partire dal presidente dell’Assemblea nazionale Rosy Bindi e dal responsabile Giustizia Andrea Orlando.

Mi ricandido alla segreteria cittadina del PD di Pavia

10 febbraio 2010

Mi ricandido alla segreteria cittadina del partito democratico di Pavia. L’assemblea cittadina di Pavia vota giovedì 11/2/2010 alle ore 21,00.

Il mio programma:

Leggere la contemporaneità e progettare il futuro

Il partito democratico nasce con l’obiettivo di cambiare e modernizzare l’Italia. Ridare senso alla parola democrazia, ridare voce e speranza al popolo del centrosinistra, offrire al paese una chiara alternativa alla destra.

Punto di partenza non può che essere l’analisi, la comprensione ed infine la capacità di affrontare i grossi temi posti dalla nostra società.

Società che si presenta complessa, piena di contraddizioni, caratterizzata da un capitalismo iperliberistico, iperconsumistico, vorace, avvolgente, mite all’apparenza e seducente. Che punta tutta la sua energia al presente reprimendo ogni volontà di occuparsi di prospettive, di futuro; lasciando spazio solo all’urgenza o all’emergenza, difetto tutto italiano acuito dallo spirito dei nostri giorni. La crisi economica che ci ha travolto ne evidenzia tutti i limiti e la pericolosità.

Vanno inquadrati e decifrati temi cruciali come: l’esplodere del fattore etnico nella politica, il dilagare dell’immigrazione clandestina di massa in tutta l’Europa, il fondamentalismo, il terrorismo e l’islamismo , la catastrofe ecologica e demografica, la rivoluzione digitale, la posizione di Europa e USA nel mondo rispetto a nuove potenze come Cina, India, Brasile, la violenza urbana, le profonde trasformazioni sociali e del mondo del lavoro, la crisi della scuola e  dell’educazione. La necessità di legalità e di sicurezza. Solo per citarne alcuni.

Continua a leggere il programma.

Micromega: fascicolo monografico dedicato al grande filosofo Norberto Bobbio

6 febbraio 2010

Un fascicolo monografico dedicato da Micromega al grande filosofo Norberto Bobbio con tutti i testi pubblicati sulla rivista in quindici anni di collaborazione.

Tra questi: Maurizio Franzini – Bobbio letto dagli economisti
Un concetto fondamentale della riflessione filosofica e politica di Bobbio è quello di uguaglianza, intorno a cui dovrebbero strutturarsi l’identità e il progetto della ‘Sinistra’.

Realpolitik o ideali e passione

26 gennaio 2010

Faccio ancora una riflessione suggeritami dagli eventi politici pugliesi.

Per lungo tempo Massimo D’Alema ha rappresentato l’incarnazione di un’idea antichissima e persino iperazionale della politica.

La sublimazione della realpolitik, la necessità della manovra di corridoio non come compromesso di bassa lega, ma come apogeo delle irrevocabili leggi dettate dalla scienza machiavellica.

Una specie di gioco del “risiko” che si vuole poi applicare alla realtà. Nella convinzione che il politico di corso la sappia lunga, sia al di sopra degli altri.

Un modo di vedere le cose della politica che non regge in questa società “liquida”. Serve un partito solido ma non staccato dalla società, dentro il suo fluire sempre più confuso. In questa società è necessario ritrovare e mettere in campo idee, ideali, cuore e passione (non tattiche da corridoio dei palazzi)!

Vendola, il PD e la Puglia

25 gennaio 2010

Vendola come era ampiamente nelle previsioni ha stravinto le primarie di Puglia (per fortuna).

La dirigenza nazionale del PD, in primis Massimo D’Alema, non hanno fatto una grande figura. Assomigliano a dei generali che a tavolino studiano complicate strategie (lo fanno da venti anni) e cercano poi di imporle dall’alto della loro autoreferenzialità. Immaginano ancora la politica come somma di pezzi di partiti e partitini i cui elettori fanno quello che il presunto leader gli dice. Loro si che la sanno lunga.

Poi arrivano sul “campo di battaglia” e il loro “esercito” segue un’altra strada rispetto a quella indicata da questi saccenti “generali”. Non capiscono nulla dello spirito del nostro tempo.

Non puoi imporre con minacce di votare per il tuo preferito, è necessario ascoltare, confrontarsi sul campo. Forse vent’anni fa bastava il contenitore partito (PCI) in cui se mettevi un nome o un altro nulla cambiava, contava il partito. Adesso non è più così!

Contano molto di più le persone, non so se sia un bene o un male, è semplicemente così!

Non c’è radicamento o organizzazione che tenga. Ci vogliono ma serve poi la sintonia con i cittadini.

Ora tutti compatti a sostene Vendola!

Immunità parlamentare

19 gennaio 2010

L’immunità parlamentare ha senso solo per i reati d’opinione. Fu spazzata via da Tangentopoli, richiedeva l´autorizzazione a procedere anche solo per aprire un´inchiesta su un parlamentare

In un momento come questo non mi pare salutare farsi promotori del suo ritorno. Perché allora parlarne proprio ora, mentre il Cavaliere galoppa sul processo breve e il legittimo impedimento nella corsa contro i tempi del processo Mills.

Una decisone su un tema così sensibile deve poi necessariamente essere condivisa da tutto il partito democratico.

Pasticcio Puglia: leggere con attenzione e diffondere il più possibile

12 gennaio 2010

Devo dire che la situazione pugliese va portata a modello di come oggi e domani non si deve fare politica. Per me Vendola non era neppure da mettere in discussione (unico a difendere nei fatti e non nelle parole un modello di gestione dell’acqua adeguato al centrosinistra).

Riporto per intero l’intervento di Curzio Maltese di oggi su La Repubblica e vi pregerei di leggerlo e diffonderlo. Spero che qualcuno si assuma la responsabilità di quello che è successo e delle sue conseguenza. Non è più tempo di strategie al tavolino fatte da profesionisti della politica lontani dalla gente (soprattutto in barba a chi ci vota) che, tra l’altro, ci hanno portato dove siamo.

Il tramonto del laboratorio Puglia

TUTTE le piste dell’inguacchio pugliese, come lo chiamano qui, per dire di un inciucio andato male, portano a lui, la volpe del Tavoliere, il leader Massimo. Magari capiva più di politica estera che non d’Italia e forse non ci libererà mai da Berlusconi. In compenso, nel far fuori chiunque gli possa fare ombra nel centrosinistra, D’Alema è sempre infallibile. Uno dopo l’altro, Prodi e Cofferati, Veltroni e Rutelli. Liquidata la pratica nazionale, è tornato nelle sue terre e in un mese ha schiantato i due miti locali, Michele Emiliano e Nichi Vendola. In cambio, s’intende, di un grande disegno. Il professor D’Alema aveva deciso che nel laboratorio pugliese dovesse nascere la nuova creatura del centrosinistra. Un mostro invincibile e un po’ Frankenstein, con dieci partiti, una gamba di Casini qua, un braccio di Di Pietro là, un piede comunista e uno ex fascista, innestati sul corpaccione inerte del Pd. Ma il colpo di fulmine che doveva animarlo non è arrivato. Così l’inventore è ripartito sul destriero per Roma, lasciando il fido assistente Nicola Latorre a fronteggiare incendi e forconi. E l’incendio avanza, dilaga. “Al posto del nuovo centrosinistra allargato, si rischia di avere la spaccatura nel Pd, a Bari come a Roma”, commentano allarmati i militanti. Di ora in ora s’incarognisce la battaglia fra i candidati, che alla fine potrebbero essere quattro. Due nel centrosinistra, Nichi Vendola e Francesco Boccia, e due a destra, Antonio Distaso, candidato ufficiale del Pdl, e la finiana Adriana Poli Bortone. “Di questo passo” è la sintesi dello scrittore Gianrico Carofiglio “le elezioni di marzo si presentano come un evento dadaista”. Chi avrebbe mai potuto immaginare una simile triste fine per la primavera pugliese. I fatti non contano più nulla. Bari la stanno ammazzando il pettegolezzo e le televisioni. Da un anno la città sta sulle prime pagine per storie di malaffare e cocaina, escort e appalti, e parentopoli. Alla fine gli stessi pugliesi vi si specchiano. Eppure, al netto di scandali tutti ancora da dimostrare, di processi da celebrare chissà quando, Bari e la Puglia rimangono agli occhi di chi arriva l’unico pezzo d’Europa a sud di Roma, l’unica area meridionale non riducibile a una Gomorra di rifiuti, mafie, frane, rivolte, collasso sociale. Lo sanno tutti, a destra e a sinistra. Lo dicono le statistiche, gli indicatori di crescita per cui la Puglia è seconda alla sola Lombardia. Lo vedono gli inviati sull’eterno “caso Bari” come i trecento clandestini sbarcati l’altro giorno dall’inferno di Rosarno nel lindo aeroporto di Palese.

Non si capisce allora la ragione di questa guerra balcanica nel centrosinistra. Se non appunto per via della condanna a essere il “laboratorio della politica nazionale”. “Un’antica iattura – commenta il sociologo Franco Cassano – Dai tempi di Aldo Moro, giù fino al pentapartito e ora a questa vicenda. È chiaro che la partita era nazionale. Era il segnale di un ritorno al primato dei partiti. Basta Vendola e basta pure Emiliano. Basta con le primarie, che qui in Puglia sono nate, almeno quelle vere. Basta con la cosiddetta società civile. La ricreazione è finita. Un progetto coloniale che qui ha sempre fallito e che considero sbagliato. Ma al quale si potrebbe riconoscere una dignità se almeno fosse stato chiaramente esposto. Invece si è andati avanti a colpi di vertici segreti, trovate tattiche. Il risultato è lo scoppio del laboratorio. Ora se il centrosinistra vuole salvare la faccia deve fare una veloce retromarcia e tornare alle primarie”. Primarie, primarie ripetono gli intellettuali pugliesi, ma anche la gente al mercato. E ormai le primarie le vuole anche mezzo Pd romano. “Perché sono nello statuto del partito” ricorda la presidente Rosy Bindi. “Ma prima ancora sono iscritte nel senso comune” aggiunge un pugliese ormai romanizzato come il produttore di cinema Domenico Procacci. La pressione è forte e ieri i delegati dell’area Emiliano, entrati in assemblea per votare a favore di Boccia, sono usciti dicendo “primarie”. Nell’imbarazzo dello stesso sindaco Emiliano, che di imbarazzi ne ha avuti e ne ha procurati molti in tutta la vicenda, compresa l’impronunciabile richiesta di una legge ad personam per candidarsi alla Regione.

A opporsi è rimasto quasi soltanto Francesco Boccia, che sui manifesti a favore delle primarie ironizza pesante: “La solita sinistra da bere che Vendola si è conquistato con le consulenze in regione. Fare le primarie oggi significa perdere subito l’Udc, quindi il progetto di nuova alleanza”.

Ma intanto le centinaia di giovanissimi volontari che lavorano per Vendola non hanno l’aria da salotto, le migliaia di messaggi sui web non li paga la Regione. Gli strateghi hanno molto sottovalutato il fenomeno Vendola, che è mediatico prima che politico. Il compagno Nichi è un combattente. L’aveva annunciato fin dalla prima riunione con D’Alema: “Se credete di farmi fuori o che io mi faccia da parte, vi sbagliate. Io vado avanti, farò il martire. Che alla fine, paga sempre”. E l’ha fatto benissimo, il martire dell’orrida casta politica, soprattutto in televisione da Santoro. Oggi paradossalmente sembra lui, il governatore uscente, il capo della rivolta contro il palazzo. Vendola ha dalla sua argomenti popolari e contro di lui veti incomprensibili. Perché alla fine non lo vogliono più? Perché Casini, che pure gli testimonia grande stima personale, non vuole Vendola? Perché è gay? Perché è comunista? Oppure perché non vuole privatizzare l’acquedotto pugliese, magari al gruppo Caltagirone? Perché i dipietristi non lo vogliono? Perché non ha cambiato la sanità pugliese? Ma in procura negano di avere nulla a carico del governatore. “Tranne un’intercettazione dove cercavo di “raccomandare” come primario un ex docente di Harvard, vedi che colpa” dice l’interessato. Non sarà allora perché non ha mai dato un assessore all’Idv in giunta? Sospetti, dietrologie. “Le solite fesserie dei giustizialisti” liquida Nicola Latorre.

E magari sarà vero. Ma vi sarebbero meno sospetti e dietrologie se il Pd avesse messo in campo un criterio chiaro. Le primarie vanno bene per eleggere il segretario regionale e quello nazionale, ma non per il candidato governatore. L’alleanza con l’Udc è irrinunciabile in Puglia, ma era facoltativa nel Lazio. Non si capisce neppure chi comandi oggi nel Pd, se D’Alema o Bersani, che nella vicenda pugliese, dove il partito si gioca la faccia, non s’è ancora mai visto. Oppure magari comanda Casini, tecnicamente segretario di un altro partito, o forse nessuno. L’unica cosa certa è che il laboratorio è fallito e qualcuno deve prenderne atto. Tira aria di ritirata strategica. Il primo a fiutarla è stato Antonio Di Pietro, che ora è pronto a tornare sul nome di Vendola: “Lui o un altro, ma in fretta. O ’sto candidato lo vogliamo scegliere dopo le elezioni?”. Curzio Maltese, da La repubblica.

Le primarie e il caso Puglia

29 dicembre 2009

Le primarie costituiscono l’essenza stessa del partito democratico. Ogni volta che si sono tenute hanno registrato un successo inaspettato. Non servono sempre. Certo dove si sa che c’è un vincitore con proporzioni bulgare non servono.

Servono la dove vi è incertezza e scontro tra la “dirigenza”, dove non si sa bene cosa preferisca la base di iscritti e simpatizzanti.

Servono in Puglia per esempio. Soprattutto in Puglia e lì vanno fatte senza se e senza ma!

Parole chiare sulle riforme

28 dicembre 2009

Oggi ho letto parole chiare sulle riforme e mi sento di condividerle:

La retorica delle  “riforme”
NADIA URBINATI
“Riforma” è la parola passepartout della politica italiana. Non c´è discorso politico che non la contempli. Negli anni della cosiddetta prima repubblica era la sinistra parlamentare che la invocava per marcare la fedeltà alla democrazia costituzionale e un´identità non rivoluzionaria. “Riforme di struttura” era una delle espressioni più spesso pronunciate nel Paritito comunista (e per qualche tempo anche in quello socialista): voleva dire portare la democrazia oltre le istituzioni politiche; estendere i metodi elettivi di selezione e controllo nei luoghi di lavoro e nelle scuole; fare politiche di redistribuzioni per dare al maggior numero possibilità concrete di esercitare la cittadinanza. Questa è stata dal 1948 in poi, l´utopia riformatrice italiana. Alcune riforme importanti sono state fatte: gli Anni 70, ci hanno dato il decentramento amministrativo, un sistema sanitario e di previdenza nazionali, la pratica della concertazione tra le parti sociali per risolvere contenziosi sulle dinamiche salariali, le politiche occupazionali e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Il termine riforma ha per decenni significato incremento e ampliamento della democrazia.
A partire dalla fine della Guerra fredda e del consenso largo che l´ha accompagnata, “riforma” è diventata una formula sulla quale si sono stabilizzati partiti nuovi o rinnovati nella convinzione che la crisi del sistema politico fosse essenzialmente una questione di ingegneria istituzionale e di tecnica elettorale. La retorica della riforma ha così cominciato a transitare dal sociale all´istituzionale. A partire dai referendum elettorali che si sono succeduti negli ultimi due decenni, le “riforme istituzionali” hanno sostituito nel linguaggio partitico le “riforme di struttura”, con una modifica radicale: non solo i partiti di opposizione ma anche quelli di governo hanno preso a dirsi riformatori o riformisti. Oggi, tutti auspicano, propongono, vogliono riforme, con il risultato che il termine ha perso il significato che nella tradizione politica moderna ha generalmente avuto: realizzare le promesse scritte nella carta dei diritti costituzionali. L´esito è che riformare può anche significare smantellare quelle promesse: per esempio decurtando i diritti sociali, impoverendo la scuola pubblica, istituendo un federalismo che ricusa la solidarietà nazionale. Infine, dalla nascita di Forza Italia ad oggi, e con una responsabilità nemmeno troppo velata dello schieramento opposto, la retorica delle riforme ha fatalmente esteso le sue mire sulla Costituzione e il sistema di giustizia. Non c´è settore della vita pubblica sul quale i nostri politici non si dilettino con proposte a volte bislacche e immaginifiche, sempre sollevando lo spettro dell´emergenza. La retorica delle riforme segue i cicli delle fortune politiche di chi la usa, la rilancia o l´atterra. Tutto il paese, noi tutti, dipendiamo da questi cicli e da questi leader guicciardiniani.
Con la recente riorganizzazione del Pd, la retorica delle riforme è tornata a fare da centro magnetico del discorso pubblico. Sul tappeto, non c´è la realizzazione delle promesse della democrazia, ma invece l´urgente bisogno del presidente del Consiglio di tutelarsi da possibili futuri guai giudiziari. L´attacco ai giudici comunisti si sta mescolando, colpevole il recente grave attentato alla sua persona, alla predica buonista della grande riconciliazione: “concordia” è la parola che torna spesso in questi giorni; non perché siamo in clima natalizio e la bontà di cuore è di pragmatica, ma perché si deve riuscire a convincere l´opinione pubblica che senza un intervento urgente per salvare il premier, sarà l´Italia intera a rimetterci. Bisogna far credere agli italiani l´opposto di quel che è, poiché è evidente che non è l´Italia ad aver bisogno di “queste” riforme.
Occorrerebbe aver il coraggio di dire che occorre conservare, non riformare: l´Italia ha urgente bisogno di conservare lo stato di diritto e il governo della legge. Scriveva Massimo Giannini su queste pagine alcuni giorni fa che esiste un condizionamento ferreo per il quale «se non c´è lo scudo processuale a breve per il suo capo, a prescindere dal tempo lungo delle modifiche per via costituzionale del Lodo Alfano e dell´immunità parlamentare, il Pdl non può concepire altre riforme di struttura». In sostanza, la maggioranza non è autonoma; la sua politica è direttamente dipendente dalla necessità di “queste” riforme, e con essa lo è la vita intera del nostro paese. Questa mancanza di autonomia politica della maggioranza non può essere trascurata dalle opposizioni. Anni fa si cercò con una regìa non dissimile di imbastire una bicamerale. Quale che fosse l´intenzione ragionata, si trattò di una politica improvvida perché ha abituato i politici a usare la nostra costituzione come merce di scambio per creare o affossare alleanze. In quell´occasione, i leader politici (allora al governo) non ebbero l´acume di imbrigliare il potere dell´interlocutore prima di farci compromessi politici. Non fecero caso al fatto che solo tra eguali ci si può accordare perché chi ha un potere sovrastante fa quel che vuole e non onora gli accordi. Ora si ripropone uno scenario simile, con l´aggravante che quel potere esorbitante governa il paese e l´opinione pubblica. Non si tratta di resistere alle sirene della concordia per ragioni di pragmatismo, una forma nobile di politica che non ha nulla a che fare con il trasformismo (“inciucio” in gergo). E nemmeno di appellarsi alla fiducia nelle buoni intenzioni del premier. Il veto viene da un fatto più semplice e che domina l´arena politica con la forza di una legge naturale: chi vuole “queste” riforme non può permettersi di ottenerne altre rispetto a quelle di cui ha urgente bisogno.
La Repubblica

Rinasce il partito dell’amore

27 dicembre 2009

Silvio resuscita il partito dell’amore riferito al PDL. La parola d’ordine è dialogo con l’obiettivo di dividere l’opposizione concentrando il pressing su Bersani.

Caro Silvio il dialogo che hai in mente tu equivale a trovare una qualsiasi via di uscita rispetto hai tuoi problemi giudiziari. Qualsiasi cosa va bene basta tenerti lontano dai tribunali.

Se per riforme intendi questo te le fai da solo con i tuoi accoliti.

PS: una condizione per fare le riforme è che il PDL rompa con quella strana formazione politica razzista che adora il Dio Pò e si fa chiamare Lega Nord!