Mi presento:
Sono un medico, specialista in pediatria.
Nel mio lavoro vivo la sfida e la gioia quotidiane della sofferenza e della guarigione di tanti bambini di tutte le età e delle loro famiglie. Mi sento attore di piccole e grosse sfide, fatalità, equilibri precari, perdite e dolore ma anche successi, gioia, ritorno alla serenità, alla salute, alla vita. Un lavoro fatto di dedizione, profonda passione, studio, decisioni talvolta difficili e di tanta umanità e comprensione.
Accanto a questa passione nel corso degli anni ne è nata un’altra, altrettanto viva, quella per la politica.
Da prima mi sono impegnato nell’associazione Libertà e Giustizia come coordinatore del circolo di Pavia.
Dal 2008, sono segretario cittadino del partito democratico di Pavia. Sono stato riconfermato in questo ruolo nel febbraio del 2010. Il PD è il primo partito a cui sia mai stato iscritto.
Cerco di mettere in questa attività, per me del tutto volontaria, lo stesso amore, la stessa competenza ma soprattutto la stessa umanità che metto nel mio lavoro.
Anche nella politica si affrontano sfide quotidiane, equilibri precari e si devono prendere con coraggio decisioni spesso complesse e condivise.
Cerco di farlo tutti i giorni.






























Ho avuto modo di conoscere qualcosa di più del suo pensiero attraverso facebook. E per quanto riguarda la visione del PD mi è molto piaciuto l’accento sul carattere “laico”, che condivido completamente in questa accezione: la laicità è attenzione alle e valorizzazione delle diversità. Mi piacerebbe sapere se anche lei parte da questa lettura del termine “laico”.
Credo che non solo il PD pavese ma il PD nazionale e la politica a livello generale abbia bisogno di nuove passioni e di persone nuove. Vere. Non immagina quanto mi abbia intristito – ma lo si sapeva – vedere Abelli che compone la giunta pavese. Ma non era Cattaneo quello eletto Sindaco?
Grazie e buon lavoro.
Gentile Andrea
concordo con la sua visione della laicità, base importante di ogni convivenza democratica perchè valorizza la diversità che nelle nostre società è sempre presente.
Il sindaco vero è Abelli!!
Gentile Dottor Ricci,
più che un commento la mia è una segnalazione.
Sono autrice di un libro per bambini e sarei onorata di mandare una copia per il Bambinfestival o per la ludoteca del Vostro prestigioso ospedale.
La prego, cortesemente, di suggerirmi dove ed a chi.
Approfitto per dire che ho avuto occasione di visitare Pavia che è una città molto elegante.
Un cordiale saluto da una romana e grazie sin da ora,
Virginia Cerrone
Getile Valeria mi informo mi può inviare la sua email mia: pedanto@gmail.com
Vuoto anzi vuotissimo ..privo di contenuti e totalmente agnostico privo di proposte ed iniziative capace solo di riproporre copia e incolla di articoli e nemmeno in grado di fare il numero 2 dell’edizione di un giornale che è finito ancor prima di iniziare.
Fate un esame e cercate di proporre che a condannare già ci ensano i giudici.
buon lavoro
PERCHE’ SONO UN AGNOSTICO
Karlheinz Deschner, “Sopra di noi…niente”, ed. Ariele, Milano, 2008, pp. 34-38
Il teismo afferma Dio, l’ateismo lo nega. Ma ognuno dei due resta in debito di una prova, che ovviamente il teista dovrebbe fornire per primo. Perché nessuno può dimostrare Dio, né alcuno può dimostrare la sua non esistenza. Perfino Nietzsche concede la possibilità di un mondo metafisico. Cosa sarebbe più naturale che lasciare aperto il problema?
Questo è appunto ciò che fa l’agnostico.
La parola agnosticismo è giovane una creazione del naturalista e filosofo inglese Thomas Henry Huxley (1869) ma la posizione è già testimoniata nelle Upanishad, in Buddha, Lao Tse, nei sofisti greci, il più importante dei quali, Protagora, scriveva: “Degli dei non so niente, né che ce ne sono, né che non ce ne sono”. Agnostici in epoca moderna sono Hume, Kant (con qualche limitazione), Conte, Spencer, Darwin, Russell, Camus, i neokantiani, i positivisti, e, in senso più ampio, molti che spesso non conoscono quasi la definizione.
L’agnostico è scettico, solitario, un outsider. Ha un orientamento meno dogmatico che concreto, la sua visione del mondo è meno una confessione di fede che come già per Thomas Huxley un metodo critico, un punto di vista sperimentale. L’agnostico tende a porre delle riserve, tende al provvisorio. Non ama i fiancheggiatori e i seguaci, le “grandi convinzioni”, i forti nella fede e le teste vuote di ogni genere. Non fonda partiti e sette, non organizza missioni e non paga funzionari. Il mondo per lui non è così univoco come per gli ortodossi di ogni provenienza e provincia. E’ più incline a mettere in dubbio che a dire di sì, più all’obiezione e spesso anche alla ripulsione che a un qualsivoglia consenso, più alla demolizione degli idoli che all’antropolatria e la realtà, tutto intorno al globo, gli fornisce conferme.
Ma l’agnostico rifugge anche dal no inappellabile. Odia e spera un “bambino che si è scottato” forse, uno “spirito entusiastico” deluso, un’”anima bella” disincantata, quasi sempre al quanto distante, “inattuale”, non negativista, ma scarsamente vincolato ai sistemi e dunque neanche contraddetto, quando essi sono tali. E’ solo, paziente, metodicamente diffidente. Aspetta, ma non si destreggia. E’ prudente, ma non per paura. Vive ipoteticamente e pericolosamente. Lotta, se è necessario, in tutte le direzioni e senza coprirsi le spalle. Ma non spaccia mai supposizioni per probabilità, né probabilità per certezze, e lascia sempre la “verità assoluta”agli assoluti bugiardi. Come non vuole essere ingannato, così non inganna a sua volta. Non è uno la cui causa si abbraccia a bandiere spiegate, ma neanche uno che a bandiere spiegatesi abbandona. Meno sicuro di sé dei dottrinari di ogni corrente, meno vittorioso ma non così facile da liquidare, non così incoerente. Non collabora quasi mai con i cristiani, come fa spesso l’ateo marxista che con Marx, Engels, Lenin condanna la fede nell’aldilà (ma evidentemente non teme quel livellamento e asservimento mondiale a opera di due “dottrine della salvezza”, che incombe dopo l’inevitabile bancarotta del capitalismo).
Poche cose squalificano filosicamente quanto la mancanza di diffidenza; poche cose ama l’agostico più della conoscenza: Ma segue la ragione solo fintanto che essa si basa sull’esperienza oggettiva, metodica, e il suo eliminare e generalizzare restano nel campo del conoscibile. Questo però non significa né che egli, miope e insensibile, privo di presentimenti, attese, rischi, guardi soltanto a quello che gli è vicino, vicinissimo, solo alla scorza del mondo; né che, innamorato del fascino dell’incerto, idolatri l’agnosia, faccia dell’ignoto un culto, del segreto una funzione religiosa e, come ironizza Nietzsche, veneri adesso come Dio “ lo stesso punto interrogativo”.
L’agnostico non nega la possibilità di fenomeni di cui la nostra saggezza scolastica non può neanche sognare. Ma non si crogiola nè entusiasma a vanvera, non dà ad intendere di sapere ciò che non sa. Nei limiti attuali della nostra facoltà di conoscere non scorge limiti per tutto il futuro, meno che mai nella capacità o incapacità di singoli il criterio della capacità dell’umanità. Neanche la discussione di problemi trascendentali gli appare del tutto priva di senso cosa che è già vietata dall’esplicazione del suo punto di vista. Ovviamente esclude di dare loro una risposta definitiva.
In realtà non solo il nostro sapere, ma già la nostra capacità di pensiero è modesta. Non può uscire da se stessa, né dalla sua potenza limitata per principio perfino nella logica e matematica ci sono limiti conoscitivi invalicabili né dalla sua speciale posizione. Non possiamo, per esempio, prendere una posizione al di fuori del nostro intelletto, della nostra cultura e della nostra lingua. “I confini mia lingua significano i confini del mio mondo”. (Wittgenstein). Siamo dipendenti dai nostri concetti, dalle nostre esperienze parziali, dalle situazioni date, siamo in balia di valutazioni prospettivistiche, di valutazioni negative, di apparenze, siamo legati a un determinato spazio, a un determinato tempo. Sappiamo poco o niente sulle fasi precedenti della storia della Terra, sulla nascita della vita, su zone lontane dell’universo; non sappiamo in alcun modo se le “leggi naturali”a noi conosciute valgano per l’intero spazio, se non siano pensabili anche misure di valore e sistemi ontologici del tutto diversi, innumerevoli, perfino le possibilità di entità del tutto inimmaginabili. “L’unica cosa che si può dire è sempre: secondo le esperienze compiute fino a questo momento tutto sembra incerto, l’incertezza sembra essere la vera realtà. Deve restare invece aperta la questione se l’ulteriore esperienza confermerà questo oppure no; perché anche l’affermazione dell’incertezza di tutto non può per propria natura irrigidirsi in una tesi priva di incertezza” (Wilhelm Weischedel).
Il mondo è sorto per caso? È creazione o eterno divenire, finito o infinito, ha un fondamento “materiale” o “ideale”?
I pensatori più antichi non distinguevano ancora tra spirituale e materiale. Un’interpretazione immanente della natura fu già tentata da Democrito, dagli epicurei; in epoca moderna da Lamettrie, Moleschott, Buchner, Vogt, Feuerbach, Marx, Lenin. Molto parla a suo favore, ma dimostrarlo non è possibile (anche se un gesuita scarso come il suo tedesco equipara il materialismo, insieme al darwinismo e al Kantianismo, a “trucchi da avvocato, trovate da imbroglione e stratagemmi di borsa, in cui le leggi vengono astutamente calpestate e il prossimo viene ingannato”). Astronomia, astrofisica, filosofia forniscono solo teorie, finzioni regolative, ma assolutamente non aeternae veritates, che Nietzsche chiama “ gli inconfutabili errori dell’uomo” e Robert Musil “immagini guida”, “verità eterne che non sono né vere né eterne, ma sono valide per un’epoca affinché essa possa farsi guidare da qualcosa”; mentre Stanislaw Jerzy Lecnon conosce per così dire alcuna verità eterna, ma “menzogne eterne, sì”.
L’agnostico non sottovaluta il pensiero, non gli pone affrettatamente dei limiti, è anzi sicuro che esso continuerà a decifrare la natura, anche i misteri di se stesso, cosa che non renderà mai felice nessuno. Ma è convincente l’opinione di Erasmo, secondo cui la nostra energia può superare tutto, è convincente anche l’dea anche del giovane Marx, secondo cui l’umanità non si pone problemi che non risolva? Quante cose sembravano già risolte. E spesso la nuova soluzione era solo un nuovo errore il risultato più recente della ricerca semplicemente sbagliato. Innumerevoli dottrine scientifiche erano piene di errori e saranno piene di errori anche in futuro. Contro ciò non esiste alcuna garanzia, come Karl Popper ripete instancabilmente. “Tutte le teorie sono ipotesi; tutte possono essere fatte cadere”. Tutte sono più concetti funzionali che costanti, più provvisorie che definitive. “Ciò che sappiamo è una goccia; ciò che non sappiamo un oceano” (Newton). Nelle scienze umane dominano spesso puri modi. Ma perfino nella fisica fatti fondamentali sono talvolta spiegabili solo come interpretazione e privi di evidenza logica. Inoltre non accadrà che tutto sia scientificamente comprensibile, né tecnicamente fattibile, ci saranno sempre dei limiti contro i quali l’uomo fallisce, l’assenza del mondo, dello spirito, è meno problematica della sua esistenza: non il Come, ma il Che. E ancora una volta: perfino rispondendo a tutte le questioni tecnico-scientifiche, le nostre questioni personali-umane non sono chiarite:
Due più due fa quattro è verità.
Peccato che essa sia leggera e vuota.
Perché avrei preferito la chiarezza
Su ciò che è pesante e pieno (Wilhelm Bush)
Certo: “Sono sempre solo quelli che sanno poco e non quelli che sanno molto, ad affermare in modo positivo che questo o quel problema non sarà mai risolto dalla scienza”. Ma Darwin, che ha scritto questo (e che definiva agnostico), confessò anche: “Sentivo profondamente che il Tutto è troppo misterioso per la ragione umana. Allo stesso modo un cane potrebbe speculare sulla ragione di Newton…”. Le due citazioni spiegano la posizione dell’agnostico, che può intraprendere i nostri compiti qui con l’”impavidi progrediamur” di Haeckel (avanti senza paura!), ma rispondere all’eventualità di un’”aldilà” solo con “ignorabimus” (non lo sapremo).
Perché dunque non rinunciare a tutti i pettegolezzi metafisici, a ogni religiosa (e non religiosa) pretesa assolutezza, a ogni religiosa ( e non religiosa) intolleranza? Perché non diventare più pacifici, più amichevoli, educare alla conoscenza per quanto si può sapere, all’amore durante una vita breve in un mondo enigmatico? Poiché un “essere supremo” non può essere né verificato né, in conseguenza dei limiti della nostra facoltà conoscitiva, escluso con sicurezza, la tesi agnostica mi sembra più responsabile, più coerente di quella ateistica. Per quanto l’ateo critico che rifiuta l’idea di Dio come ingiustificabile e superflua, naturalmente sia più vicino all’agnostico dell’ateo dogmatico, che la nega in modo assertorio. Ma anche da lui l’agnostico si distingue solo teoreticamente, perché non nega apertamente il teismo: più un atto di critica concettuale, un’estrema assicurazione logica. A parte questo, l’agnostico vive come l’ateo, senza ulteriori concessioni, senza ordini “dall’alto”, cosicché ciò che unisce i due è ovviamente molto più forte di ciò che può mai separarli e qualcuno come Jean Amèry può sentirsi contemporaneamente ateo ed agnostico.
Tratto da “ Sopra di noi…niente”, di Karlheinz Deschner, edizioni Ariele, 2008, Milano.
L’autore è nato a Bamberga nel 1924. Ha studiato diritto, teologia, filosofia e storia e letteratura. Dal 1961 ha cominciato ad occuparsi di critica al cristianesimo, pubblicando “Il gallo cantò ancora” (ed. italiana Erremme).
Lavora alla scrittura di un’ opera monumentale, prevista in 10 volumi in totale, la quale è una vera enciclopedia critica e laica, enormemente ricca di riferimenti e indicazioni, il cui titolo è: “STORIA CRIMINALE DEL CRISTIANESIMO”. K Deschner studia, ricerca e lavora dedicandosi a questa opera da oltre 30 anni e in Germania è recentemente stato pubblicato il 7° tomo, mentre in Italia sono attualmente disponibili i primi cinque ( Edizioni ARIELE, Milano ).
L’autore ha pubblicato diverse altre opere di enorme interesse per chiunque voglia conoscere i fatti storici e le analisi critiche e comparative che riguardano la chiesa cattolica e il vaticano. Egli non si insinua nel diritto di fede e di spiritualità di ciascuno, per quel che riguarda il rapporto con Dio, ma ci consente di conoscere gli uomini che pretendono di mediare per tutti noi con Dio ( i papi e i preti ) e ci fa conoscere la loro storia, i loro fatti e i loro misfatti.
Links per sapere di più su questo studioso e sulle sue opere:
http://it.wikipedia.org/wiki/Karlheinz_Deschner
http://www.google.it/search?hl=it&q=Deschner&start=10&sa=N
Mi è stata spedita da un amico di rete una sua riflessione sull’acqua bene comune.
Da sempre, prima come convinto ulivista e prodiano, condivido questa visione che viene
anche dalla mia visione etica cattolico-riformista e sono sempre attento a chi definisce la
laicità come rispetto delle diversità.
Sono anche io iscritto per la prima volta a un partito (PD) di cui ho condiviso la fondazione,
attualmente rivesto la carica di capogruppo consiliare PD nel comune di Montecatini
Terme. Vorrei sapere se esiste una rete dei Democratici per l’acqua bene comune,
per condividere esperienze; in particolare sapere se esistono indicazioni pratiche
e amministrative per tradurre in atti politici la nostra adesione a questo credo comune.
Ciao Pietro certo che esiste:
Email: pdacquapubblica@gmail.com
Facebook: http://www.facebook.com/pages/Anche-il-PD-a-favore-del-referendum-sullacqua-pubblica/115462725152887/
Sito Web
http://pdacquapubblica.wordpress.com/
http://twitter.com/pdacquapubblica
http://kimtag.com/PDacquabenecomun
http://www.youtube.com/user/PDacquabenecomune
se vuoi diffondine l’esistenza e mandaci tutte le considerazioni che ritieni opportune!
Un caro saluto
Antonio
che ne pensa il Pd della proposta di Don Ciotti e dei 5 punti su cui ogni candidato dovrebbe impegnarsi prima del voto?
Che per il futuro si riparte da qui.
http://www.bastico.eu/?p=17738