Nel partito democratico è necessario discutere di contenuti e di scelte conseguenti da fare. Non va bene mettersi d’accordo e poi chiamare gli iscritti a ratificare le scelte fatte

Il PD nasce con l’atto delle primarie come segno di apertura, di partecipazione, di coinvolgimento degli iscritti e dei cittadini alla vita politica e alle scelte del partito.

Benissimo. Al di là delle primarie da fare e siamo sicuri che Bersani non si rimangerà la parola data in direzione nazionale non si nota però la volontà di discutere di contenuti e quindi delle conseguenti scelte da mettere in campo.

La tendenza, perdente, è quella di decidere nei caminetti tra dirigenti di diverse correnti e poi chiamare gli iscritti a ratificare queste decisioni. Chiamare magari anche i cittadini a votare su queste decisioni.

La discussione sul futuro governo, sulle idee  e i progetti da mettere in campo e le scelte che da queste derivano è di cruciale importanza e non può essere appannaggio solo di pochi dirigenti nazionali, di cui rispettiamo le idee ma con cui vogliamo confrontarci.

Ci sono temi su cui è necessario discutere e confrontarsi, temi come: diritti civili, scuola e ricerca scientifica, politiche per la cittadinanza ed immigrazione, difesa, nucleare, beni comuni, sviluppo sostenibile, giustizia, regolamentazione delle reti televisive.

Sul “Corriere della Sera” di oggi quindici esponenti del Partito Democratico (da Enrico Morando a Pietro Ichino, da Claudia Mancina a Marco Follini, da Paolo Gentiloni a Umberto Ranieri) rivendicano il montismo come progetto cui dare continuità anche nella prossima legislatura.

Bene. Io penso invece che bisogna dire con chiarezza che nel 2013 l’Italia ha bisogno di una competizione elettorale vera, tra alternative plausibili, legittime, europee, come dice Claudio Sardo sull’Unità di oggi

E che alla competizione elettorale deve seguire un governo coerente, dotato degli strumenti politici per attuare un programma di lavoro.

Il governo dei tecnici è un’eccezione.

Chi pensa di mantenerlo in vita oltre la legislatura non vuole bene all’Italia perché la esporrebbe al drammatico rischio di un esito greco.

Se gli elettori si trovassero di fronte, non già ad una competizione democratica ma ad un rito politico senza carico di responsabilità perché l’approdo tecnocratico sarebbe comunque inevitabile, il voto di protesta, l’antipolitica, il populismo verrebbero gonfiati a dismisura o altre scelte assolutamente legittime.

Ci troveremmo anche noi partiti anti-euro, albe dorate, demagoghi di ogni risma. E l’effetto sarebbe catastrofico.

Non solo per l’indebolimento dei partiti “europei”, ma anche perché la legittimazione di un eventuale governo d’emergenza sarebbe indebolita. Come oggi in Grecia.

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Pediatra e nel tempo libero segretario cittadino del PD di Pavia.
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