La verità giudiziaria sulla notte alla Diaz è dunque definitiva.
Il 21 luglio del 2001, a Genova, nel «plesso Diaz-Pertini», gli uomini della Polizia di Stato violarono due volte il giuramento di fedeltà alla Costituzione.

Prima abbandonandosi a violenze indicibili su 93 donne e uomini inermi ospiti della scuola.
Poi, costruendo consapevolmente sul loro conto la calunnia che, accusandoli da innocenti quali erano, avrebbe dovuto dissimulare le responsabilità dello scempio.
E questo, accreditando una «resistenza» che non c’era mai stata con prove farlocche.
Una coppia di bottiglie molotov, manici di piccone raccolti alla rinfusa in un cantiere non lontano, intelaiature in alluminio sfilate dalle armature degli zaini di chi in quella scuola voleva solo dormire.
Una doppia violenza. Una vergogna per uomini dello stato.
Amnesty International definì quegli atti: “La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”.
“Macelleria messicana” la definì Michelangelo Fournier, uno dei poliziotti della Diaz, quando depose come imputato al processo.
La Cassazione dice ora che non ci furono innocenti, quella notte.
In questi undici anni ha prevalso ha prevalso un sentimento di estraniamento: come è possibile che tutto questo sia successo davvero?
E se è vero che è andata così, io dove ero e cosa facevo quando ciò avveniva?
In che stato di diritto viviamo se le forze dell’ordine possono esercitare una violenza del tutto ingiustificata su degli inermi, se consapevoli degli abusi commessi, possono fabbricare prove false per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica l’assalto, se la legge vien sospesa grazie alla consapevolezza dell’impunità, alla coscienza che si poteva allentare il freno perché ci sarebbero state tolleranza e protezione da parte del governo?
Il tutto in un silenzio sempre più imbarazzante.
Questi undici anni sono passati malamente un po’ per tutti, come se ciascuno avesse preferito fuggire da quella brutta notte.
I partiti non hanno avuto il coraggio di aprire un’inchiesta parlamentare per acclarare non solo le responsabilità delle forze dell’ordine, ma anche quelle del governo.
Ed è ancora più grave che nessuna figura istituzionale abbia avvertito in questo periodo l’esigenza di chiedere ufficialmente scusa alle vittime di quella violenza, un atto doveroso, a prescindere dalla questione della responsabilità penale dei singoli.
E’ auspicabile che la sentenza di ieri possa finalmente rappresentare la svolta tanto attesa.
Che si possa ricucire lo strappo tra il paese e le sue forze dell’ordine con atti concreti come una legge sulla tortura o l’obbligo del numero di matricola sui caschi dei poliziotti.






























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