La scabbia: infestazione della cute

La scabbia: infestazione della cute

La scabbia non è un’infezione bensì un’infestazione dovuta a un piccolo artropode, il Sarcopter scabiei o acaro della scabbia, che infesta sia gli esseri umani sia gli animali.

Se entra in contatto con la pelle, la femmina dell’acaro vi penetra, scavando vere e proprie gallerie (cunicoli scabbiosi) nelle quali deposita le sue uova, estendendo in questo modo l’infezione. Una volta depositate le uova, la femmina dell’acaro non si muove più, rifugiandosi in un cunicolo dove può vivere fino a due mesi.

La scabbia: infestazione della cute

I sintomi compaiono diversi giorni dopo l’infestazione in quanto risultato dell’azione delle difese immunitarie. Il prurito è il sintomo più comune e fastidioso e può essere accompagnato dalla formazione di vesciche, corrispondenti alle zone dove vengono deposte le uova, che possono diventare dolorose per la reazione di difesa del sistema immunitario alla presenza di corpi estranei.

La scabbia può svilupparsi ovunque sulla pelle. Gli acari, tuttavia, preferiscono annidarsi in alcune parti del corpo. I luoghi più facilmente infestati sono mani e braccia.

Gli acari amano scavare nella pelle tra le dita e intorno alle unghie, i gomiti e i polsi. Prediligono anche le zone di solito coperte: glutei, vita e genitali.

Alcuni bambini sviluppano la scabbia praticamente in tutto il corpo, comprese le piante dei piedi e il cuoio capelluto. I bambini che hanno la scabbia sono molto irritabili e spesso non vogliono mangiare o dormire, perché il prurito diventa insopportabile soprattutto di notte, tenendoli svegli.

Il contagio avviene soprattutto per contatto diretto tra le persone e, per questo, la scabbia è considerata una malattia sessualmente trasmissibile.

Il contagio per via aerea o per via indiretta, ad esempio entrando in contatto con indumenti infestati, è meno probabile perché l’acaro non vive più di un paio di giorni a contatto con l’aria.

La scabbia è considerata una malattia dovuta alla scarsa igiene, cosa vera solo in parte perché essendo contagiosa per contatto può manifestarsi anche in ambienti igienicamente ben tenuti. Sono gli ambienti promiscui che favoriscono la diffusione da persona a persona e lo scoppio di epidemie.

Il rischio maggiore è legato al contatto diretto tra una persona sana e una infestata. Il modo più comune di contagio avviene con i rapporti sessuali anche perché le zone genitali sono le preferite dagli acari. Meno probabile il contagio per via indiretta, anche se non sono da escludere casi di trasmissione dopo aver maneggiato indumenti personali di soggetti malati.

Dal punto di vista medico, la scabbia viene trattata come le malattie infettive, con misure di igiene e profilassi che coinvolgono tutti i familiari e le persone a stretto contatto.

Sotto il profilo igienico, si raccomanda di lavare molto spesso indumenti e biancheria di casa utilizzati dalla persona infestata, tenendoli separati da quelli utilizzati per il resto del nucleo familiare. Bisogna inoltre porre molta attenzione all’igiene personale, facendo doccia o bagno tutti i giorni e lavandosi spesso le mani.

Il trattamento della scabbia è di tipo farmacologico, basato su creme e pomate antiparassitarie specifiche, soprattutto a base di benzile benzoato o permetrina.

Bastano, di solito, un paio di trattamenti per debellare la scabbia, ma vanno seguite delle regole importanti:

la crema deve essere passata su tutto il corpo, a eccezione della testa, non solo nella zona dove compaiono i sintomi;

prima della somministrazione, il corpo deve essere ben lavato e asciutto e a temperatura corporea normale. Umidità e calore, infatti, rendono meno efficace il trattamento.

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Relax totale…

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La gestione delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali nell’era biologica: dall’età pediatrica all’età adulta

Oggi ero con grande onore relatore al congresso: La gestione delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali nell’era biologica: dall’età pediatrica all’età adulta.

Qui trovi tutto su questa malattie molto frequenti in età pediatrica.

La gestione delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali nell’era biologica: dall’età pediatrica all’età adulta

La gestione delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali nell’era biologica: dall’età pediatrica all’età adulta

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Sai che pressione ha il tuo bambino? Sarebbe il caso di saperlo: ecco perchè

E’ una domanda poco fatta ma estremamente appropriata: Sai che pressione ha il tuo bambino? Sai che pressione ha il tuo bambino? Sarebbe il caso di saperlo: ecco perchè L’ipertensione è una delle patologie più frequenti nella seconda infanzia e nell’adolescenza, ma il problema è sottostimato per la scarsa diffusione dell’abitudine di misurare la pressione a bambini e ragazzi. Un’indagine condotta dal Gruppo di Studio per l’Ipertensione Arteriosa della Società Italiana di Pediatria su un campione di 8.300 bambini delle scuole elementari di Monza e di diversi centri della Brianza ha rilevato che il 4% della popolazione pediatrica presenta valori elevati di pressione arteriosa, inoltre la prevalenza di ipertensione era molto più alta nei soggetti in eccesso di peso. Il dato è confermato in analoghi screening condotti a livello internazionale. Un bambino iperteso sarà molto probabilmente un adulto iperteso, quindi a rischio di patologie cardiovascolari, che oggi rappresentano la prima causa di morte e di spesa sanitaria nei Paesi occidentali. La prevenzione, la diagnosi precoce e il trattamento dell’ipertensione dovrebbero iniziare in età pediatrica, superando il preconcetto che l’età evolutiva sia esente da questa patologia. Misurazioni sistematiche della pressione durante la visita pediatrica, ma anche nelle scuole, possono evidenziare un numero non trascurabile di bambini con valori elevati e consentirebbero un intervento precoce. Sul fronte del trattamento dell’ipertensione arteriosa arrivano alcune novità. Al 71° Congresso Italiano di Pediatria viene presentato l’aggiornamento delle raccomandazioni congiunte della SIP e della Società Italiana della Ipertensione Arteriosa (SIIA). La principale novità riguarda la relazione tra zuccheri semplici, acido urico e valori pressori. Gli zuccheri, e specificamente il fruttosio particolarmente contenuto nelle bevande zuccherate, aumentano la concentrazione di acido urico nel sangue, fattore che nei bambini è associato a un maggior rischio di ipertensione. La relazione tra alti valori di acido urico (anche se ancora compresi nell’intervallo considerato normale) e pressione arteriosa è stata infatti dimostrata anche nel bambino in uno studio recentemente pubblicato da un gruppo di ricercatori italiani su “Pediatrics”. Oltre alla limitazione degli zuccheri, i cardini delle raccomandazioni SIP per la prevenzione e il trattamento della ipertensione arteriosa nell’infanzia rimangono quelli di agire sull’eccesso di peso, aumentare l’attività fisica e ridurre il sale nella dieta. La prevenzione andrebbe rivolta a tutti, ma alcuni bambini sono a maggior rischio: quelli con eccesso di peso, i nati piccoli per l’età gestazionale, chi ha una familiarità per l’ipertensione e i bambini con elevati valori di pressione non confermanti in successive rilevazioni. Il trattamento farmacologico non è quasi mai necessario. Rimane cruciale l’aspetto della “transizione”, cioè il passaggio dell’adolescente iperteso dal pediatra al medico dell’adulto. In questo campo c’è molto lavoro da fare, sia sul versante pediatrico che su quello dei medici dell’adulto. È necessario aprire dei canali di dialogo e di condivisione delle competenze, a vantaggio dei bambini di oggi che saranno gli adulti e gli anziani di domani. Da Pediatria.

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Vero…..

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